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Localis
Fasano e la piana degli ulivi vista dalla Selva

Masserie di Puglia · Pezze di Greco, Fasano

Masseria Montenapoleone

Primi passi

Foto: Fasano, il territorio. Non è la masseria.

Ascolta · 5 min · racconto lungo

Scritto da Localis su fonti pubbliche, letto da una voce sintetica (Marco). Non è una pagina della masseria.

Il testo

C’è una piana, in Puglia, che non assomiglia a nessun’altra. Si stende tra le colline di Fasano e il mare, ed è coperta di ulivi millenari: tronchi cavi, attorcigliati, scolpiti dal vento. In mezzo alla piana c’è un rilievo appena accennato, poco più di una collina. E lì sopra c’è una masseria: Montenapoleone. Da dove venga il nome, nessuno lo sa più dire con certezza. Il nome è rimasto, la sua storia se n’è andata.


La campagna intorno si chiama Pezze di Greco. Le pezze erano le strisce di terra in cui questi campi furono divisi all’inizio dell’Ottocento, quando arrivarono coloni da Fasano e da Cisternino. Ogni famiglia una pezza, ogni pezza un confine di muretti a secco. I Greco, che possedevano quei terreni, hanno lasciato il loro nome a un paese intero: oggi è la frazione più grande di Fasano.

Ma qui c’è qualcosa di molto più antico. La masseria sorge sopra un insediamento rupestre: sotto le stanze ci sono grotte abitate in tempi lontanissimi. E a pochi chilometri, tra gli ulivi, c’è un dolmen dell’età del bronzo: due pietre in piedi, una stesa sopra. Questa piana è abitata da sempre.


Poi, come è successo a tante masserie, è arrivato l’abbandono. Quarant’anni. I tetti cedono, i giardini si allargano dove vogliono. Ma quello che nessuno tocca per tanto tempo, a modo suo, si conserva: i letti di ferro battuto di inizio Novecento sono rimasti nelle stanze, gli attrezzi appesi, le mangiatoie nelle stalle.

A Pezze di Greco, anni prima, era arrivata una ragazza di Bruxelles. Si chiamava Christiane, aveva vent’anni, e aveva seguito un ragazzo di qui. Portò con sé una passione del Nord: i giardini fioriti, in una terra dove il giardino era l’orto. Ancora oggi, in primavera, l’arco del portico antico della masseria si copre di rose e di gelsomino.

Da quella famiglia è nato Giuliano: padre pugliese, madre fiamminga, una vita in viaggio. Avrebbe potuto stare ovunque, ed è tornato. Nel primo decennio di questo secolo la famiglia ha cominciato il recupero della masseria, pietra su pietra, con malte naturali, legno e ferro. E c’era un esempio da seguire: nonno Giacomo, che nel 1959, con altri soci, aveva fondato il primo frantoio cooperativo di Pezze di Greco.


Oggi qui si fanno tre oli, e i nomi raccontano una genealogia. Il Mille, dagli ulivi millenari. Il Cento, dai secolari. E Il Venti5, dagli alberi giovani, piantati venticinque anni fa. I patriarchi, i padri, i figli.

Chi cammina oggi per la masseria trova, a ogni angolo, oggetti che hanno cambiato mestiere. Il bar era la falegnameria, e il bancone è l’antico piano di lavoro del falegname. La sala della colazione era la stalla dei cavalli: i paralumi sono vecchie selle, le credenze stanno nelle mangiatoie. Nelle camere ci sono ancora i letti di ferro battuto, e in ognuna una coiffeuse, il tavolino dove le donne della masseria si pettinavano prima di uscire nei campi.

La suite più antica si chiama Grotta degli Angeli, ed è scavata nella roccia: è il ricordo vivo dell’insediamento rupestre. Dove un tempo c’era il pozzo, oggi c’è la doccia. L’acqua è rimasta al suo posto.

In primavera fiorisce il mandorleto: la Tondina di Ostuni, una varietà antica quasi sparita dal mercato. E delle api, il miele di ottobre non si prende: è la loro riserva per l’inverno.


In un vigneto giovane, di fronte al mare, cresce il Susumaniello, un’uva quasi scomparsa. Il nome viene da somarello: la pianta si carica di grappoli come un asino di pesi. Da quel vigneto nasce un vino che si chiama Primi Passi. Sull’etichetta ci sono due impronte di piedi nudi: quelle di Marcella, la figlia di Giuliano, nata quando nasceva il vigneto.

La sera, dal vigneto, si vede il faro di Torre Canne lampeggiare sull’Adriatico. Basta uscire dopo cena, alzare gli occhi, e stare zitti.


Ogni ritorno è un primo passo. Lo è stato per Christiane, che a vent’anni ha attraversato l’Europa per amore. Lo è stato per Giuliano, che ha girato il mondo e poi è tornato. Lo è per il vigneto giovane. E lo è per chiunque arrivi qui.

Le fonti

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