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Localis
Le mura bianche di Ostuni

Masserie di Puglia · Ostuni, sulla strada per Ceglie Messapica

Masseria Grieco

Le otto sentinelle

Foto: Ostuni, il territorio. Non è la masseria.

Ascolta · 10 min · racconto lungo

Scritto da Localis su fonti pubbliche, letto da una voce sintetica (Marco). Non è una pagina della masseria.

Il testo

C’è una strada di campagna che collega Ostuni a Ceglie Messapica, e come tutte le strade di questa parte di Puglia sembra non avere fretta. Passa tra gli ulivi, costeggia muretti a secco, sale e scende appena, seguendo il respiro delle colline. Qui la Valle d’Itria sta finendo e l’Alto Salento sta cominciando, anche se nessun confine lo segna: lo capisci dai trulli, che si fanno via via più rari, e dalla calce bianca, che si fa via via più presente.

Su questa strada, circondata da un bosco, c’è una masseria che ha cinque secoli. Si chiama Grieco.


La prima cosa che si vede, arrivando, è la scalinata. Grande, chiara, solenne per essere una casa di campagna. Le masserie erano fattorie, ma non erano capanne: erano il centro di un piccolo mondo, e questa, fin dal Cinquecento, voleva farsi riconoscere. Una scala così non serve a entrare in casa. Serve a dire chi abita quella casa.

Poi si entra nella piazza.

Perché il cuore di questa masseria non è una stanza, e non è un cortile: è una piazza vera, lastricata di pietra locale, grande come quella di un borgo. E intorno, a incorniciarla, ci sono otto trulli.

Otto coni di pietra, disposti come sentinelle. Non sono nati per abitazione: erano i depositi, i ricoveri, le stanze del lavoro. Ma il loro allineamento intorno allo spiazzo non è casuale. In una masseria, niente è casuale. La piazza era il centro di tutto: qui si batteva il grano, qui si scaricavano i carri, qui la gente della campagna si incontrava, si contava, si raccontava. Gli otto trulli guardavano verso il centro, perché il centro era la vita.

Camminarci in mezzo, oggi, con i coni grigi che ti girano intorno, dà una sensazione precisa: quella di essere osservati da qualcosa di antico e benevolo. Otto sentinelle che non hanno mai smesso il turno di guardia.


In un angolo della piazza c’è una chiesetta piccola, di pietra. Le masserie importanti ne avevano sempre una: la fede, nella vita contadina, non era una cosa della domenica, era il calendario stesso — le semine, i raccolti, i ringraziamenti.

Ma questa chiesetta custodisce qualcosa di particolare. Sul suo altare c’è scolpito un araldo, uno stemma. Di chi fosse quello stemma — di quale famiglia, di quale epoca — è una storia che aspetta ancora di essere raccontata fino in fondo. Quello che sappiamo è che quel segno antico è piaciuto così tanto a chi oggi custodisce la masseria da diventare il suo marchio. Il logo di questa casa non è stato inventato da un grafico. È stato trovato, cinquecento anni dopo, sopra un altare.

C’è un pensiero, in questo, che vale la pena fermarsi ad ascoltare: un’identità non si crea. Si eredita. E a volte si eredita da qualcuno di cui non si conosce più nemmeno il nome.


Vicino ai trulli c’è un pozzo. Vecchio, di pietra, come se ne vedono nelle corti di tutta la Puglia rurale.

Oggi sembra un ornamento. Ma provate a immaginare questa piazza senza acqua corrente, senza tubi, senza serbatoi. Il pozzo non era un dettaglio: era la condizione di tutto. Da lì si attingeva per bere, per cucinare, per gli animali, per l’orto. Intorno al pozzo si decideva se l’anno sarebbe stato buono o cattivo. Nelle estati lunghe e secche, quel cilindro di pietra era la differenza tra resistere e andarsene.

La pietra di questa terra è generosa in tutto — si costruisce, si scolpisce, dura cinque secoli — ma trattiene l’acqua avara. Per questo le architetture di qui sono fatte per raccoglierla: i tetti, le cisterne, i pozzi. Ogni goccia era contata. Otto lire, altrove in questa stessa terra, si rincorrevano in bicicletta. L’acqua, si custodiva in fondo al buio, goccia a goccia.


La masseria, nei secoli, ha vissuto quello che hanno vissuto quasi tutte le sue sorelle: splendore, lavoro, fatica, e poi il lungo silenzio del Novecento, quando la campagna si è svuotata e queste case sono rimaste sole con i loro ulivi.

Poi qualcuno è tornato. Una famiglia — la famiglia Grieco — ha deciso che questa piazza, questi trulli, questa chiesetta non dovevano diventare un rudere fotogenico. Il restauro è stato lungo e paziente, affidato a mani del posto: architetti di Ostuni, pietra di Carovigno per i pavimenti, muretti rifatti a secco come si è sempre fatto, senza malta, pietra su pietra.

E c’è un dettaglio che dice molto su come è stato fatto questo lavoro. Gli interni — i colori, i tessuti, i letti e gli armadi e le lampade, che sono pezzi disegnati apposta, unici — li ha disegnati la figlia dei proprietari. La generazione nuova, quella che in certe storie di campagna va via, qui è rimasta, e ha preso in mano il posto dove giocherà, un giorno, con la memoria dei suoi figli.

Sul sito della masseria, la pagina della famiglia ha un motto: da vivere e raccontare. Non da esibire. Da vivere, e poi da raccontare. L’ordine delle due cose è importante.


Dietro la masseria c’è un bosco. Non un giardino: dieci ettari di querce secolari e macchia mediterranea, con un sentiero che lo attraversa.

Le querce di qui hanno centinaia di anni. Sono più giovani della piazza, ma non di molto. E ce n’è una, grande più delle altre, sotto la quale succede una cosa che vale la pena raccontare: d’estate, sotto le sue fronde, si fanno i massaggi. All’aperto, con il vento che muove le foglie e il sole che filtra a pezzetti.

Si può pensare che sia un’idea da albergo. E invece è una delle cose più antiche del mondo: cercare sollievo all’ombra di un albero grande. I contadini ci mangiavano, sotto le querce, nelle ore calde. Ci dormivano il pomeriggio. Ci parlavano d’amore. Il bosco non è mai stato uno sfondo, per chi ci viveva: era la casa più grande.

Oggi quel bosco si attraversa camminando, in silenzio, e qualcuno lo chiama con una parola giapponese — il bagno di foresta. Ma i nonni di questa contrada non avevano bisogno di una parola. Ci entravano e basta.


E poi ci sono gli animali.

Non scenografia: una corte vera. Asini, oche, tacchini, capre, conigli, galline, pavoni che si aprono come se il tempo non fosse passato, e i maialini neri, quelli di razza antica, scuri e ostinati, che grufolano dove pare a loro.

Per un bambino che arriva da una città, questa corte è una rivelazione. Per chi questa terra la conosce, è qualcos’altro: è il suono giusto. Una masseria senza animali è una masseria a metà. Il cortile, per secoli, ha avuto questa colonna sonora — il raglio, lo starnazzare, il grugnito, le campanelline — e sentirla di nuovo vuol dire che la casa è tornata abitata davvero, non solo ammobiliata.


La sera d’estate, nella masseria, si accende il forno a legna all’aperto. Si fanno le pizze, si tirano i tavoli lunghi, e gli ospiti — gente arrivata da mezzo mondo, che non si conosceva il giorno prima — finiscono a parlarsi davanti a un bicchiere, come succedeva qui cinque secoli fa, quando sulla piazza si raccontavano i raccolti.

E poi ci sono i giorni grandi. I matrimoni.

In questa piazza, sotto gli otto trulli e davanti alla chiesetta, oggi si celebrano le promesse. Fino a cento persone, le sedie bianche, i fiori, i musicisti. Qualcuno potrebbe dire che la masseria si è trasformata in qualcos’altro. Ma basta guardare la scena con calma per capire che è vero il contrario.

La piazza è nata per questo. Per raccogliere. Per i giorni di festa, per i battesimi e i ringraziamenti, per la comunità che si stringe. Cinque secoli fa qui si batteva il grano e si ballava dopo il raccolto. Oggi ci si sposa. La funzione è identica: la pietra è contenta quando è calpestata dalla festa.


Dalla cucina escono le ricette vecchie della Valle d’Itria: la pasta fatta a mano, le verdure dell’orto, il pane di casa, i dolci come li facevano le nonne. Anche qui, come in tutta questa terra, la cucina non è un reparto: è la parte della casa dove la memoria si può assaggiare.

E la mattina, quando si aprono le finestre, il profumo che arriva non è quello dei detergenti degli alberghi: è quello dei roseti, dei melograni, dei limoni del giardino, che attraversa la piazza e arriva fino alle stanze.


Si può raccontare una masseria in tanti modi. Per le sue pietre, per i suoi alberi, per la sua cucina. Ma quella dei Grieco, forse, va raccontata per la sua piazza.

Perché tutto, qui, torna lì. I trulli la guardano. La chiesetta la chiude. Il pozzo l’ha nutrita. La scalinata vi si affaccia. Le stanze le girano intorno. Il bosco la protegge alle spalle.

Una piazza è uno spazio vuoto per definizione: è fatta di niente, di aria, di cielo. Eppure è il niente più pieno che esista, perché contiene tutto quello che una comunità si porta in mezzo: il lavoro, la fatica, le notizie, le feste, le promesse.

Cinquecento anni di passi hanno levigato quella pietra. E le otto sentinelle sono ancora lì, a fare il turno, come se il tempo, in questa contrada, non dovesse passare invano.

Le fonti

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